Edith Bruck: studi su Dante e il suo romanzo

“….E quindi uscimmo a rivedere le stelle”*

Preservare la storia e la cultura, vuole dire un impegno continuo, perché tali conoscenze sono la bellezza assoluta e la vera sostanza dell’esistenza e della sopravvivenza. Ne è la prova memorabile, l’anno ancora in corso, che si ricorda l’anniversario 700esimo della morte del più grande linguista, teorico politico – filosofico con richiamo alla dottrina di vita più nobile, in senso etico, di tutti i tempi, il padre della letteratura italiana, il Sommo Poeta, Dante Alighieri; è lui l’autore dell’opera: La Divina Commedia.

Nessun poeta finora è riuscito a descrivere con tale autenticità e realtà la grande prova della vita, alla quale siamo tutti chiamati a compiere per meritare l’esistenza benevola, che in questo capolavoro è un viaggio onirico diviso in tre parti partendo dall’Inferno attraverso il Purgatorio fino al raggiungimento del Paradiso. Non è soltanto un grande poema teorico e filosofico, ma nel suo genere letterario è l’unico e già moderno, scritto in lingua volgare fiorentina con termini di nuova formazione. Nel contempo l’opera è anche una testimonianza  preziosa della storia e della civiltà medioevale, in cui il Sommo Poeta alla soglia dell’orizzonte, intravede già un’epoca nuova, così appare dalle sue argomentazioni politico, filosofico, teologico e linguistico poetico, in cui egli fa prevalere il de vulgaris eloquentia. Il suo è un messaggio intellettuale della doverosa disciplina morale, che per mezzo dei secoli resta tutt’oggi attuale e crea un collegamento stretto con i giorni nostri, dando luce come un faro illuminante per i maestri studiosi e pensatori contemporanei.

Diventa naturale il riferimento alla scrittrice italiana di origine ungherese Edith Bruck, vincitrice del Premio Strega di quest’anno con il romanzo Il pane perduto (editore La neve di Teseo).

L’italiano è la mia famiglia, la mia casa, è la lingua della libertà assoluta – ha dichiarato Lei stessa, e ancora – “La lingua di Dante è stata la mia salvezza, lo strumento necessario alla mia scrittura grazie alla sua duttilità, alla sua sonorità, alla musicalità espressa dalle sue tante consonanti. Difendere l’’italiano dagli anglicismi è una battaglia contro il provincialismo e la desertificazione del linguaggio.”

Tuttavia anche la Bruck ha superato la prova della vita, bensì in circostanze molto più drammatiche e per di più da ragazzina – essendo figlia di ebrei – ha dovuto confrontarsi con l’atrocità della guerra; mentre la famiglia è in casa con  la madre, che amorevolmente è alla presa dell’impasto per il pane, all’improvviso, l’irruente arrivo dei soldati, interrompe la fugace serenità, trascinando tutti fuori con prepotenza, per essere (de)portati a destinazione ignota, ma  tragicamente intuibile,  nei campi di concentramento dei nazisti. Lei, poco più che bambina, grazie alla clemenza della previdenza e alla cura premurosa della sorella Judit, è risparmiata dall’inferno dei lager. La narrazione nel libro della sua permanenza nei campi è semplice e commovente, risultano indimenticabili soprattutto il racconto di piccoli episodi come il gesto brutale del soldato che l’ha strappata per sempre dalle braccia  della madre, il caso del guanto bucato,  un pettinino regalato, infine un pentolino sporco di marmellata, ognuno di questi, per l’autrice allora appena 13 enne significheranno la speranza nella libertà. I suoi romanzi e le sue interviste, sagge e tanto pacate, rispecchiano la sua personalità sensibile e tollerante, che oggi è diventata custode della storia e della scrittura, con la nomina prestigiosa, avvenuta nel mese di giugno di quest’anno, a vicepresidente encomiabile di una delle istituzioni più  autorevoli per la diffusione della lingua italiana nel mondo, della Società Dante Alighieri.

*Citazione dall’Inferno, della Divina Commedia di Dante A.

Judith Jambor

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