Roma, 21 settembre 2026 – Quattro milioni e 400 mila metri cubi di materiali di scavo, poco meno dei circa 5 milioni indicati dal general contractor per la realizzazione del Tunnel della Manica. A questi si aggiungono 1,83 milioni di metri cubi di calcestruzzo e 285 mila tonnellate di acciaio per cemento armato.
È la dimensione indicata per l’intero tracciato della Metro C e basta questo numero per raccontare una parte della trasformazione di Roma che normalmente rimane invisibile.
Per costruire una città, infatti, bisogna prima spostarne una parte: scavare, trasportare, selezionare, trattare e trovare una destinazione a enormi quantità di terra, roccia e materiali. È la faccia meno visibile delle grandi infrastrutture, ma anche una delle questioni industriali e ambientali della nuova stagione di cantieri della Capitale.
È in questa enorme “economia della materia” che si inserisce la storia del Gruppo Seipa, realtà romana nata nel 1968 nel settore degli inerti e progressivamente evoluta verso il recupero dei materiali da costruzione e demolizione, il trasporto, il trattamento e la produzione di materie prime seconde.
La storia industriale del gruppo attraversa alcuni dei cantieri che negli ultimi decenni hanno modificato Roma e il suo territorio. Tra le referenze documentate dal Gruppo Seipa figurano circa un milione di metri cubi di pozzolana forniti per la realizzazione delle complanari dell’autostrada Roma-Fiumicino e circa 150 mila metri cubi destinati ai sottofondi dei parcheggi e delle strade del parco Zoomarine.
Ma uno degli interventi più particolari riguarda l’Ara Pacis. Tra il 2003 e il 2006 il Gruppo Seipa fornì Duremix per realizzare una sottofondazione dello spessore di 1,5 metri, utilizzata per separare il sottofondo archeologico dalle nuove strutture, oltre ai massetti preparatori alla pavimentazione.
È quasi una metafora della complessità del costruire a Roma: sotto un’opera contemporanea può esserci un’altra Roma, archeologica, che deve essere protetta prima ancora di poter costruire quella nuova.
Dall’Ara Pacis alla Metro C, la questione assume oggi dimensioni ancora maggiori. Nel dicembre 2025 nella Capitale sono entrate in funzione le stazioni Colosseo/Fori Imperiali e Porta Metronia della Metro C. Nel febbraio 2026 sono partiti i cantieri di Chiesa Nuova, Piazza Pia/Castel Sant’Angelo, Ottaviano e Mazzini; nel luglio successivo è iniziata la cantierizzazione di Auditorium e Farnesina.
La sola tratta da Venezia a Mazzini comporta circa 165 mila metri cubi di scavo archeologico, mentre l’intero progetto della Linea C prevede centinaia di migliaia di metri cubi di scavi eseguiti con modalità archeologica.
Per un’industria dei materiali, numeri di questa portata pongono una questione fondamentale: che cosa accade alla materia quando esce dal cantiere?
«Una grande infrastruttura non è fatta soltanto di ciò che viene costruito. È fatta anche di ciò che viene scavato, movimentato e, quando le caratteristiche del materiale e le norme lo consentono, recuperato e reintrodotto nei cicli produttivi» osservano gli specialisti di Seipa.
Già nel 2011 il Gruppo Seipa documentava un rapporto contrattuale collegato alla realizzazione della Metro C, comprendente trasporto di rifiuti, forniture e servizi per la gestione dei materiali, nonché attività relative alle terre e rocce da scavo.
È proprio qui che negli ultimi vent’anni è cambiato il paradigma industriale. La terra e i materiali provenienti da un cantiere non rappresentano necessariamente soltanto qualcosa di cui liberarsi. In presenza dei requisiti tecnici, ambientali e normativi previsti, una parte può entrare in processi di recupero e trasformarsi nuovamente in materiale utilizzabile.
È il principio della cosiddetta miniera urbana: una città che demolisce, scava e ricostruisce produce contemporaneamente una domanda di materie prime e una potenziale offerta di materiali recuperabili.
Nel caso del Gruppo Seipa questa trasformazione è misurabile. Nel 2025 il gruppo ha gestito complessivamente oltre 1,2 milioni di tonnellate di materiali tra ingressi e uscite dai propri insediamenti industriali. Circa il 60% dei volumi trattati è legato agli aggregati inerti riciclati, mentre il 75% dei materiali in uscita è di natura riciclata.
La produzione di aggregati inerti riciclati ha superato le 320 mila tonnellate, contro circa 30 mila nel 2008: in diciassette anni è più che decuplicata. Nel 2025, inoltre, il tasso di reimpiego degli aggregati riciclati prodotti dal gruppo ha raggiunto il 100%.
«Il cambiamento più importante è culturale prima ancora che industriale: ciò che esce da un cantiere non deve essere automaticamente considerato la fine di una filiera. Può rappresentare l’inizio della successiva» sottolineano gli specialisti del Gruppo Seipa.
Nel 1968 l’attività ruotava principalmente attorno a pozzolana e tufo. Nel corso dei decenni alle attività estrattive si sono affiancati trasporto, calcestruzzi, premiscelati, gestione dei rifiuti inerti, impianti di recupero e produzione di aggregati riciclati.
La stessa evoluzione dei prodotti racconta il cambiamento. Accanto agli aggregati naturali sono comparsi aggregati riciclati e miscele sviluppate per specifiche applicazioni, come Duremix e Becomix. E cambia soprattutto il rapporto tra cantiere e impianto: il primo non è più soltanto il luogo che consuma materia; può diventare anche il luogo dal quale la materia ritorna.
La nuova stagione della Metro C rende questa trasformazione ancora più attuale. Secondo il quadro economico pubblicato dal general contractor, l’investimento complessivo previsto per la linea da Monte Compatri/Pantano a Farnesina ammonta a circa 7,1 miliardi di euro.
Le sole opere delle tratte oltre Venezia valgono più di 3 miliardi di euro e aggiungeranno circa sette chilometri di linea e sei nuove stazioni.
Sono investimenti che raccontano la trasformazione della mobilità romana, ma dietro ai miliardi c’è una quantità fisica di materia che deve essere gestita: milioni di metri cubi scavati e altrettanti flussi di materiali necessari per costruire.
Per questo la partita ambientale delle grandi infrastrutture non riguarda soltanto il consumo energetico dell’opera una volta terminata. Riguarda anche ciò che accade durante la sua costruzione.
Roma rappresenta da questo punto di vista un laboratorio particolare. Costruire significa continuamente confrontarsi con sottosuolo, archeologia, reti esistenti, materiali da scavare e necessità di approvvigionarne di nuovi. La sfida dell’economia circolare consiste nel fare incontrare, quando tecnicamente possibile, questi due flussi.
«La città del futuro non potrà essere costruita pensando che ogni nuova opera debba partire soltanto da nuove materie prime. La vera innovazione sarà riuscire a considerare una parte crescente dei materiali già presenti nelle città come risorse da recuperare, qualificare e utilizzare nuovamente» osservano gli specialisti del Gruppo Seipa.
È forse questa la trasformazione più profonda avvenuta dalla nascita di Seipa nel 1968. Per decenni la domanda fondamentale dell’industria degli inerti è stata: dove trovare la materia necessaria per costruire? Oggi se ne aggiunge un’altra: quanta della materia che abbiamo già utilizzato possiamo evitare di perdere?
«Perché sotto una metropolitana, dietro una strada o dentro un edificio non ci sono soltanto cemento, sabbia, pozzolana e acciaio. C’è una quantità enorme di materia. E il modo in cui quella materia viene gestita può determinare una parte importante dell’impatto ambientale della città che stiamo costruendo» concludono gli esperti del Gruppo Seipa.
Anna Rita Canone
