Claudio Puoti, infettivologo ed epatologo di Roma, lancia un appello ai Presidenti delle Regioni.
Nell’appello, a cui hanno già risposto oltre 1200 medici, si chiede una terapia domiciliare precoce. Molti pazienti sintomatici, infatti, restano a casa curandosi solo con il paracetamolo, mentre il ricovero (spesso tardivo e inutile) avviene solo dopo il drastico e rapido peggioramento.
Viene chiesto l’implemento di “sistemi di sorveglianza e di controllo e le attività territoriali e c’è una sopravvalutazione del ruolo dei tamponi per la gestione dei casi con chiara sintomatologia, che talora vengono eseguiti in ritardo”.
L’appello mira a far segnalare i casi di pazienti ricoverati e/o deceduti dopo interventi tardivi, per sollecitare le istituzioni a prevedere e istituire una diversa organizzazione dell’assistenza domiciliare. La mancanza di intenzione polemica si evidenzia con la proposta di ” un protocollo tecnico per la gestione precoce della COVID”, sviluppato in 5 punti.
1. Il riconoscimento precoce dei sintomi: febbre superiore a 37.5° e tosse incoercibile da almeno 24 ore deve essere considerato come un caso di COVID;
2. L’uso dei tamponi non dovrebbe precludere l’inizio della terapia;
3. Il trattamento prevede l’uso combinato di idrossiclorochina e azitromicina, (quest’ultima è una molecola antibiotica assolutamente comune, appartenente alla famiglia dei macrolidi e dalle acclarate proprietà batteriostatiche) ;
4. L’uso di eparina da valutare in caso di sospetta coagulopatia, cioè difficoltà nella coagulazione del sangue;
5. La possibilità di nuove opzioni terapeutiche future, da considerare caso per caso.
Come avverrebbe ciò? Vengono proposti 8 punti:
1. Prima effettuazione del protocollo nelle aree maggiormente colpite da casi di decessi, per poi estenderla su larga scala. In 10-15 giorni si dovrebbe valutare l’eventuale riduzione di 3 dati: numero dei decessi, dei ricoveri in rianimazione e dei casi sottoposti a ventilazione meccanica invasiva (intubati sotto sedazione farmacologica, cioè in coma farmacologico);
2. Ogni paziente con febbre febbre superiore a 37.5° e tosse incoercibile da almeno 24 ore contatterà il numero verde regionale;
3. A questo punto verranno consegnati a domicilio i farmaci con relativa posologia, da parte di un medico e un infermiere protetti con tutti i DPI (Dispositivo Protezione Individuale), che visiteranno il paziente e analizzeranno pressione arteriosa, frequenza cardiaca, saturazione dio ossigeno ed ECG, prelievo ematico per funzione epatica e renale, coagulazione completa, D-Dimero, G6PDh ed elettroliti (soprattutto potassiemia);
4. Registrazione dei dati su una scheda che verrà valutata e conservata dal competente comitato di valutazione esiti;
5. Eventuale tampone, il cui esito negativo non dovrebbe precludere l’inizio della terapia;
6. La stessa squadra monitorerà il paziente ogni 48 ore, registrando gli eventuali cambiamenti dei parametri clinici e provvedendo alla esecuzione di ECG, in base alle indicazioni della Società Italiana di Cardiologia;
7. La divisione della confezione di idrossiclorochina tra 2 casi, visto che le compresse sono 30 e ne basta la metà per un singolo paziente;
8. Personale volontario, da reclutare attraverso gli elenchi di medici e infermieri che hanno risposto all’appello del Governo quando ha sollecitato l’impegno nelle aree focolaio del virus.
Quali sarebbero i benefici? Due, e non da poco: costi economici inferiori, a causa della riduzione del numero dei ricoveri e la maggiore salvaguardia di vite umane, cosa che basterebbe da sola a sollecitare l’approvazione del protocollo.
Anna Rita Canone




